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Secondo Bernhard Grzimek, i bufali dal punto di vista filogenetico costituiscono le forme più primitive della sottofamiglia dei bovidi, ed appartengono a due generi: bufali asiatici (Bubalus), e bufali africani (Sincerus), con tre sottogeneri (uno dei quali è rappresentato dall’Anoa o bufalo pigmeo, che è considerato un sottogenere del Bubalus).
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Secondo gli esperti il termine bubalus sta a significare bovino (Bubalus significa vitello), mentre per bufalo sarebbe stato utilizzato il termine “Bubalas” (Bubalus= antilope africana= bufalo).La prima vera attestazione della presenza del bufalo in Italia si ritrova nei documenti dell’Abbazia di Farfa nel Lazio nel XII e XIII secolo, in epoca angioina, in due decreti di Carlo I d’Angiò in cui si ordina di restituire rispettivamente un bufalo domito, cioè da lavoro, unitamente a sette moggia di frumento a tre fratelli di Trentinara, e bufali ed altri capi di bestiame alla Chiesa Maggiore di Salerno. Nel 1209 nel “Breve de starzia Boccaporti de Fiorentino”, nell’elencare gli animali presenti nella regia azienda vengono menzionati i bufali. Nel 1300 nel territorio a destra del Sele concesso da Filippo II d’Angiò agli abitanti di Eboli la specie era già allevata.Al bufalo va attribuito il merito di aver reso possibile l’utilizzo di territori degradati, di aree marginali destinate al completo abbandono da parte dell’uomo; con le invasioni barbariche estesi territori erano stati abbandonati ed avevano subito un progressivo impaludamento che, soprattutto durante la guerra dei Vespri, contribuì al diffondersi della malaria, che è perdurata in quelle zone fino allo sbarco degli Alleati alla fine della IIa Guerra Mondiale.
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Una delle testimonianze più note è quella di Goethe che nel 1786, recandosi nella pianura di Paestum, riferisce: ”La mattina ci mettemmo in cammino assai per tempo e percorsa una strada orribile in vicinanza di due monti dalle belle forme, dopo aver traversato alcuni ruscelli e corsi d’acqua, vedemmo le bufale dall’aspetto d’ippopotami e dagli occhi sanguigni e selvaggi. La regione si faceva sempre più piana e brulla: solo poche casupole qua e là denotavano una grama agricoltura”. Da questa testimonianza si evince che l’unica forma di attività agricola e zootecnica dei terreni pianeggianti e paludosi nella piana del Sele era rappresentata dall’allevamento del bufalo, che era in grado di trasformare le risorse foraggere degli acquitrini in un prodotto pregiato, in grado oggi di sostenere una delle attività economiche più floride di un vasto territorio: tutto ciò avvenne là dove altri ruminanti facevano registrare elevati tassi di mortalità e non erano in grado di produrre reddito. L’attività economica che ruotava attorno all’allevamento bufalino è testimoniata da notizie del 1300, che già descrivono la commercializzazione dei derivati del latte di bufala e di carni destinate solitamente al mercato di Napoli e Salerno. Il latte veniva trasformato in prodotti che si sono diversificati nel tempo, e che nel XIX secolo avevano dato luogo a circa 12 latticini.Durante la dominazione spagnola la bufala fu utilizzata anche come animale da cacciare: venivano infatti organizzate battute di caccia alla bufala, in occasione delle quali la Corte si recava nelle zone di allevamento della piana del Volturno ed in quella del Sele.
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La presenza del bufalo in alcune zone dell’Italia meridionale era legata alla caratteristiche orografiche del terreno, alla particolare adattabilità di questa specie a condizioni climatiche avverse, come il clima caldo-umido delle zone paludose, e alla sua capacità di nutrirsi di alimenti grossolani e delle essenze botaniche che crescono nei terreni acquitrinosi. Dagli annali del 1938 dell’Osservatorio di Economia Agraria di Portici (NA) risulta che l’allevamento bufalino costituiva una realtà economica importante per il Salernitano anche in piena bonifica; in quei luoghi, infatti, mentre le attività di tipo agricolo (pomodoro, tabacco, frutta) presentavano un andamento altalenante tendente al ribasso, il prezzo del latte di bufala risultava alquanto soddisfacente anche quando l’economia agricola era depressa, grazie al fatto che i latticini di bufala erano rari e ben quotati sul mercato. Bisogna considerare che in quell’epoca la differenza di produzione di latte tra la bufala e la bovina era inferiore a quella attuale e che, unitamente al più elevato prezzo del latte, la differente resistenza alle malattie era accresciuta dal fatto che nelle zone dove veniva allevata la bufala, altre specie non avevano alcuna possibilità di sopravvivere. Nel 1973 scoppiò il colera a Napoli e nella più totale disinformazione, in anni in cui antibiotici e sulfamidici venivano utilizzati ormai da parecchi lustri, venne suggerita una dieta a base di succo di limone, mentre gli alimenti freschi furono i più penalizzati. La crisi fu profonda e il mercato crollò, ma le aziende più coraggiose invece di arrendersi diedero vita alle prime cooperative. Fu un periodo storico importantissimo, perchè proprio da quelle cooperative nacque in seguito il Consorzio di Tutela (luglio 1981), e quindi il Consorzio Mozzarella di Bufala Campana nel 1993 (cui si unirono due industrie casearie). Proprio quella crisi diede forza ad allevatori e trasformatori lungimiranti nel creare un’organizzazione che, iniziata con 6 caseifici, oggi ne conta 140. La bufala allevata in Italia è un raro esempio di evoluzione della specie inscindibile da quella del suo prodotto; dalla sua comparsa nella nostra Penisola è certo che essa non ha subito influenze da parte di altri genotipi, raro esempio di “purezza della razza” riscontrabile solo in specie in via di estinzione e che, giustamente, le è valsa la denominazione di ”Bufala Mediterranea Italiana”. Alla luce delle attuali conoscenze la sua introduzione in Italia è difficilmente databile ed è un mistero ancora irrisolto che ricopre di fascino e conferisce a questo animale, diventato ormai simbolo e prospettiva della zootecnia del Mezzogiorno d’Italia, un’immagine esotica.
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