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L’allevamento dei maschi non ha mai trovato uno sbocco economico interessante, poiché la mancata qualificazione della carne ha dissuaso gli imprenditori dall’allevare i maschi, il cui prezzo di mercato è al di sotto dell’effettivo costo di produzione. L’allevamento di tipo estensivo ha contribuito ad esitare sul mercato soggetti di 400 kg di peso e di qualità scadente, che risentivano della disponibilità stagionale dei foraggi e raggiungevano il peso di macellazione a circa 3 anni di età. La resa al macello era inferiore al 50% e la carne risultava dura e odorante di muschio.
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Come avviene per il vitello bovino, è necessario separare presto il bufalotto dalla madre al fine di non abituarlo a succhiare; è però opportuno che possa effettuare almeno una poppata di colostro direttamente dalla mammella. Successivamente l’animale viene posto in gabbia metallica (da disinfettarsi ad ogni ciclo) per almeno 5 giorni; è opportuno somministrare colostro a circa 37°C in due pasti giornalieri di 2-3 litri cadauno. Dopo 6-7 giorni si passa all’alimentazione con latte ricostituito in ragione di circa 5-6 litri al giorno in due poppate, miscelando 120 gr di polvere con 880 gr di acqua a temperatura di circa 40°C, per un periodo di almeno 40 giorni; dopo 20 giorni si mettono a disposizione piccole quantità di mangime per lo svezzamento e di fieno. Dopo i 40 giorni la quantità di latte va ridotta di un litro ogni 2 settimane in modo da svezzare i bufalotti intorno ai 3 mesi; in questa fase e nella successiva fino a 6 mesi è opportuno somministrare fieno a volontà e mangime composto integrato al 15% di proteine e al 13% di fibra grezza. In questo modo, all’età di 6 mesi i soggetti dovrebbero superare il peso di circa 170 kg (con un razionamento medio tra i 3 e i 6 mesi di circa 1,8 UFC/q.le di peso vivo ed un rapporto foraggio/concentrato di 1:1).
Ai soggetti da rimonta è opportuno somministrare una foraggiata che assicuri mediamente 4,5 UFL e 700 gr di P.G. tra i 6 e i 20 mesi di età, che rappresenta l’età media al primo salto, con un peso di 370 kg (pari ad un incremento di circa 210 kg in 420 giorni, con un incremento giornaliero di 500 gr). Per assicurare tale accrescimento sono necessari 10 kg di insilato primaverile (orzo o veccia), 2,5 kg di fieno di medica e 1,6 kg di polpe secche di bietola. Per la produzione del vitellone da carne è necessario offrire una sostanza secca con maggiore densità energetica e minore percentuale di fibra grezza, al fine di ottenere degli incrementi maggiori. La dieta è caratterizzata da percentuali di fibra grezza compresa tra 16,3% e 26,6%, per un incremento ponderale di circa 800-900 gr/giorno; la resa al macello ottimale (circa 55%) si ottiene solo nel caso in cui la percentuale di fibra grezza sia inferiore al 20%.
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Le carcasse che si ottengono con questi razionamenti sono gradite dal macellaio perché ricoperte di grasso; è preferibile penalizzare l’accrescimento di circa 100 gr/giorno con un razionamento meno spinto (0,5 UFC/die) e con un rapporto foraggio/concentrati pari a 2, che assicura carcasse più magre e una resa di circa 53%. I tentativi di creare un mercato del vitello bufalino a carne bianca del peso vivo di 180 kg non hanno trovato consensi, infatti attualmente il prezzo del latte ricostituito è tale che il kg di incremento si ottiene ad un costo non competitivo. E’ stato dimostrato che la resa al macello migliora solo dopo i 600 kg di peso vivo, ma dopo i 380 kg si verifica una flessione della velocità di accrescimento, mentre l’aumento di resa che si osserva è dovuto prevalentemente ad una maggiore deposizione di grasso; dopo i 380 kg, con un incremento giornaliero di 800 gr, gli animali presentano una resa del 53-54% e quindi producono una carcassa di 200 kg che fornirà 125 kg di carne (62%della carcassa).
Un vitellone bovino di pari peso non presenta rese molto diverse: poiché i costi di macellazione sono da considerarsi superiori nel bufalo, la carne deve essere venduta ad un prezzo simile.
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Da un punto di vista nutrizionale la carne bovina e quella bufalina si equivalgono; sotto alcuni aspetti quest’ultima è da ritenersi superiore, in quanto più ricca di acido stearico e acido oleico, che si sono dimostrati neutri nella colesterolemia dell’uomo, e di acido linoleico, che è un acido grasso essenziale. Dal punto di vista aminoacidico la carne di bufalo risulta più equilibrata. Per quanto riguarda il contenuto vitaminico-minerale, la carne di bufalo risulta meno ricca di riboflavina e di calcio e più ricca di vitamine B6, B12, ferro e potassio.
Rispetto a quella bovina, la carne di bufalo, ottenuta da soggetti di pari età, presenta una migliore ritenzione idrica, è più succosa e più tenera in quanto contiene meno idrossiprolina (che è un componente del collagene); ancora, il bufalo deposita grasso al di fuori del tessuto muscolare, quindi la carne risulta più magra, ma ciò condiziona negativamente la resa al macello.
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